E quando si sveglierà il Vesuvio cosa faremo?

I terremoti non si possono prevedere, e va bene. Ma ogni volta che la terra trema si scopre – sempre “dopo” e quasi sempre in Italia – che c’è qualcosa che si sarebbe potuto fare e non è stato fatto, o qualcosa che non si doveva fare e invece è stato fatto
I terremoti non si possono prevedere, e va bene. Ma ogni volta che la terra trema si scopre – sempre “dopo” e quasi sempre in Italia – che c’è qualcosa che si sarebbe potuto fare e non è stato fatto, o qualcosa che non si doveva fare e invece è stato fatto. Un esempio del primo tipo è quel che è accaduto sul Gran Sasso, all’hotel Rigopiano. Sono trascorse sette ore tra il primo sms di richiesta di aiuto, delle 9 del mattino, e l’arrivo del primo mezzo di soccorso, alle 16. Sette ore sono un buco enorme, soprattutto se poi si scopre che i primi allarmi non sono stati considerati fondati, ma, al contrario, sono stati ritenuti esagerati, al punto che chi li ha raccolti si è sentito in dovere di ricordare a chi li inviava che in certi casi può scattare il reato di «procurato allarme». Purtroppo, l’allarme del Rigopiano non era allarmistico, e quelle sette ore di indugio burocratico sono costate diverse vite umane.

Un esempio del secondo tipo invece, lo sappiamo, ci siamo persino assuefatti, è costruire case, scuole, ponti, dove non si può e non si deve, o costruirli male, cosicché alla prima scossa tellurica venga giù tutto.Potremmo parlare a lungo, poi, delle ulteriori polemiche che ogni volta, a ogni terremoto, riguardano la ricostruzione dei luoghi – vera o presunta – e lo sperpero o, peggio, le ruberie dei denari pubblici e privati. Il copione degli ultimi 110 anni, dal terremoto di Messina e Reggio Calabria del 1908, con i suoi 82 mila morti, è più o meno sempre lo stesso anche su quest’altro fronte.Non vogliamo però seguire la sceneggiatura (e le sceneggiate) di sempre. Così, un po’ per non ripetere le stesse giaculatorie e un po’ per ribellarci alle melensaggini della Tv del dolore e del Web della lacrima sul viso, proviamo a suonare noi la tromba dell’allarme non allarmistico (confortati dalla quantità di studi e di pareri scientifici sul tema) per un avvenimento che non sappiamo quando accadrà («Potrebbe essere tra dieci giorni o tra moltissimi anni», dice Carlo Doglioni, presidente dell’Istituto di geofisica e vulcanologia), ma che sappiamo accadrà sicuramente. Lo facciamo affinché, “dopo”, non si dica che non sia stato detto “prima”. 

L’avvenimento di cui parliamo è l’eruzione del Vesuvio, che sarà molto più devastante di un terremoto, non fosse altro perché riguarda direttamente 700 mila persone che abitano i 25 Comuni (la cosiddetta “zona rossa”) malamente assiepati sulle pendici dell’incolpevole vulcano. L’ultimo Piano di evacuazione per la “zona rossa” è stato approntato sul finire dell’anno appena trascorso e prevede l’esodo dei 700 mila, da distribuire nelle altre regioni italiane, nell’arco di 72 ore, con l’impiego di 500 pullman, 220 treni, 375 mila veicoli. Tutto molto studiato e logisticamente efficiente, intendiamoci. Sulla carta. Ma nella realtà? Ve lo immaginate voi il deflusso ordinato di 700 mila napoletani in preda al panico, che si dirigono verso le “aree di ammassamento” (già il termine…) e si cedono il passo l’un l’altro per sfuggire al cataclisma? «Prego, scappi lei». «Ma no, si figuri, dopo di lei». Il Piano di evacuazione, in sé, è ben fatto ed è anche bello a vedersi. Sulla carta. Ma nella realtà? Non occorre la zingara per prevedere che quando il Vesuvio sbotterà, la massa di gente che cercherà di scappare farà la fine dei topi sulla nave che affonda. La ragnatela di edifici dei 25 Comuni della “zona rossa” è un angosciante labirinto anche con il Vesuvio dormiente, figuriamoci quando il vulcano erutterà a piena forza. 

Francesco Peduto, presidente del Consiglio nazionale dei geologi, ha cercato di dirlo nella maniera più lieve possibile, girando un po’ intorno alla parole, ma è stato chiaro: «Una delle difficoltà da considerare nell’area del Vesuvio – ha detto Peduto - è l’alta intensità abitativa. Servirebbe un percorso di delocalizzazione e di diradamento della densità abitativa e serve una trasformazione urbanistica delle aree, un progetto che qualche anno fa era stato presentato ma non è stato poi attuato. Invece sarebbe importante, anche per creare vie di fuga, cercare di diradare le abitazioni».
Capito? Diradare le abitazioni, dice garbatamente Peduto. Ma le abitazioni, per diradarle, devi abbatterle. Ed era qui che volevamo arrivare. Nessuna sciagura, anche se annunciata e prevista (figuriamoci quelle non prevedibili come i terremoti), potrà mai essere seriamente affrontata alla radice se non in maniera radicale. Se si vuole salvare la “zona rossa” del Vesuvio e i suoi abitanti, bisogna elaborare per tempo un Piano di demolizioni che sfoltisca l’inverecondo, anche paesaggisticamente, ginepraio di edifici dei 25 Comuni a rischio. Altrimenti, non servirà a nulla nemmeno il migliore e il più costoso Piano di evacuazione. 

Allo stesso modo, e senza la puzza al naso di chi considera le new towns sorte al posto di paesi e borghi completamente distrutti come una manifestazione del Maligno, bisognerà pensare al “dopo” anche per tutti quei luoghi in cui, invece che delle ruspe, c’è bisogno di gru. A volte infatti accade che i terremoti non si accontentino di radere al suolo una città, ma, come stiamo vedendo da diversi mesi in Centro Italia, insistano in un lavorìo costante di annientamento che sembra voler impedire qualunque ricostruzione in quel punto distrutto dalle onde sismiche, quasi che la natura dicesse agli uomini che «da qui dovete andarvene». In questi casi, perché non la new town? Gibellina - Valle del Belìce, Sicilia -, che nel 1968 fu sbriciolata dal terremoto, non è forse risorta come una new town, migliore e più vivibile del vecchio borgo, a una ventina di chilometri di distanza? O dobbiamo assistere al penoso sorteggio delle 20 casette, provvisorie (e quindi definitive…), ai terremotati di Amatrice come fosse un risultato di efficienza e capacità di governo? E’ tutta qui la visione di un futuro diverso, migliore, che sappiamo immaginare ed elaborare? Sono questi gli atti concreti di cui siamo capaci e dei quali magari meniamo anche vanto?

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