Nessuno lo dice ma l'America del Premio Nobel per la Pace 2009 sta combattendo almeno cinque guerre





I due principali candidati alla presidenza americana, così come i giornalisti che coprono l'elezione
e moderano i dibattiti, stanno attivamente cospirando per evitare di parlare del fatto che gli Stati Uniti sono in guerra in almeno cinque paesi contemporaneamente: Iraq, Siria, Yemen, Libia e Somalia scrive Damon Linker su The Week

Nei primi due dibattiti presidenziali, il coinvolgimento statunitense nella guerra civile siriana è stato brevemente discusso, così come in termini vaghi si è parlato dell'ISIS e dell'accordo nucleare con l'Iran e del ruolo della Russia in Europa orientale e in Medio Oriente; della Libia, invece, si è parlato principalmente al passato, concentrandosi sull' intervento del 2011 nel deporre Muammar Gheddafi e il successivo attacco alle strutture governative americane a Bengasi un anno più tardi.

Ma il ruolo americano nel "consigliare" l'esercito iracheno "a poche miglia dietro le linee del fronte" mentre combatte per riprendere il territorio controllato dall' ISIS? La " guerra segreta " contro i militanti di Al Shabab in Somalia? Il supporto all' Arabia Saudita nella sua campagna nello Yemen? Gli attacchi aerei sulla città di Sirte sulla costa libica?

Niente.

E tutte le persone coinvolte hanno ottime ragioni per incoraggiare questa congiura del silenzio

I Repubblicani hanno un incentivo ad evitare di parlare di queste guerre, perché il GOP trova politicamente più vantaggioso ritrarre Barack Obama come comandante in capo inetto che ha reso il paese meno sicuro. Mettere le guerre sul tavolo di discussione significherebbe esporre la reale verità, e cioè che Obama ha governato come un falco.

I Democratici, d'altra parte, hanno molte ragioni per evitare una conversazione sulle molteplici guerre che gli Usa stanno combattendo. In primo luogo, perché comprensibilmente temono che il popolo americano potrebbe obiettare se si rendesse conto che l'amministrazione democratica è militarmente coinvolta in così tanti luoghi. In secondo luogo, perché i risultati e gli obiettivi strategici in gioco in questi interventi sono costantemente confusi. In terzo luogo, perché rivelerebbe che i democratici sono strettamente legati alla visione di politica estera della loro nemesi, George W. Bush.

I membri del Congresso, nel frattempo, preferiscono evitare di fare un polverone sulle avventure militari - che sono tutte apparentemente coperte dall'Authorization for Use of Military Force Against Terrorists adottata subito dopo gli attacchi dell'11 settembre - perché il loro silenzio li protegge dal doversi assumere la responsabilità parziale per le conseguenze delle azioni del presidente. Meglio sottrarsi agli obblighi costituzionali del Congresso 'che rischiare di dover prendere parte della colpa se qualcosa va storto.

E, infine, la stampa ha un incentivo a evitare una discussione delle azioni Usa in luoghi come la Somalia e lo Yemen perché i dettagli sono estremamente complicati - e non molti giornalisti hanno fiducia nella loro capacità di spiegare il contesto storico e geopolitico di ogni conflitto

Compito della stampa era però impedire che le elezioni presidenziali si trasformassero in un circo e garantire che la conversazione rimanesse focalizzata sulla realtà, anche quando che la realtà è esasperante e complessa.

Nel non riuscire a farlo la stampa ha contribuito a rendere la politica americana più stupida. E così le guerre si trascinano e si moltiplicano, combattute da un esercito di volontari a migliaia di miglia di distanza, toccando appena la vita e i pensieri della stragrande maggioranza degli elettori.

In una stagione politica in cui i media sono stati oggetto di ostilità e abusi senza precedenti, questo è il loro più grande, e meno apprezzato, difetto: quando tutti gli altri hanno deciso che era una buona idea prevenire un dibattito pubblico su questioni di politica enormemente importanti e complicate, la stampa ha deciso di lasciare che accadesse.
fonte http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-nessuno_lo_dice_ma_lamerica_del_premio_nobel_per_la_pace_2009_sta_combattendo_almeno_cinque_guerre/82_17591/
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