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Medicina ribelle: ecco chi non sta al gioco di Big Pharma


Oggi comincia ad esistere una “medicina ribelle”, fatta da medici che hanno deciso di non stare più al gioco di Big Pharma; di non chinare più la testa di fronte al Dio denaro; di non chiudere più occhi e orecchie di fronte a ciò che stride;
di non tacere più quando gli interessi vanno smascherati. Questa medicina ribella la racconta il giornalista Andrea Bertaglio nel suo ultimo libro.

“Prima la salute, poi il profitto” è il sottotitolo del libro del giornalista Andrea Bertaglio (Età dell’Acquario Editore); un’affermazione in netta controtendenza al modo di agire e di pensare di quello che è oggi Big Pharma, il commercio globale non più solo di farmaci ma anche di malattie.

A spiegarci come è nato questo libro è lo stesso autore.

Andrea, cosa ti ha mosso a scrivere “Medicina ribelle”?

L’idea è nata diversi anni fa, insieme a Valerio Lo Monaco, direttore de La Voce del Ribelle, che mi commissionò un’intervista a Raffaele Di Cecco, un medico che si era appunto stancato di vedere certe dinamiche basate sul solo profitto in ambito medico. Da lì mi sono reso conto di conoscerne diversi di medici come lui, e ho pensato di raccontare le loro storie. Ho iniziato a raccogliere spunti e testimonianze e un paio di anni dopo ho parlato della mia idea alla casa editrice Lindau, a cui è piaciuta tanto da farmi partire con il libro a scatola chiusa.

Come hai recuperato le esperienze raccontate?

Attraverso il lavoro giornalistico degli ultimi 10 anni. Scrivo da parecchio tempo di ambiente, e questo mi ha ovviamente fatto entrare in contatto con diversi professionisti della salute. Alcuni di loro, la loro umanità, la loro onestà intellettuale (e non solo), il loro coraggio, mi ha fatto sentire l’esigenza di aiutarli a diffondere il loro messaggio. Mettendoci del mio ovviamente, ossia denunciando certe cose che ho scoperto e che davvero non mi vanno giù.

Come ad esempio?
La semplicità con cui si tende a dare psicofarmaci ai bambini, invece che amarli o educarli. Dalla Seconda Guerra Mondiale in avanti, negli Stati Uniti, il numero delle malattie psichiche diagnosticate è passato da 26 a 395, e ormai ai bambini si danno psicofarmaci come caramelle. Oltreoceano hanno superato l’impressionante numero di 14 milioni quelli in terapia con psicofarmaci per il controllo delle più svariate sindromi del comportamento: dal miglioramento delle performance scolastiche, al controllo dell’iperattività sui banchi di scuola, alle lievi depressioni adolescenziali. E non è un problema solo americano. In Germania sono stati rilasciati lo scorso anno i dati dei bambini diagnosticati iperattivi e quindi probabilmente destinati a terapie farmacologiche: sono 750.000. In Francia, invece, quasi il 12% dei bimbi inizia la scuola elementare avendo già assunto una pastiglia di psicofarmaco. Vi sembra normale?




Ci puoi dare qualche altra cifra?

Il Big Pharma (l’appellativo dato all’industria farmaceutica) impiega un terzo dei ricavi e un terzo del personale per collocare nuovi medicinali sul mercato. Solo negli Stati Uniti, tra il 1996 e il 2001 il numero dei venditori di farmaci è cresciuto del 110%, passando da 42.000 a 88.000 agenti. Non solo, per promuovere i suoi nuovi prodotti questo settore spende ogni anno da 8000 a 13.000 euro per ogni singolo medico. Per quanto riguarda la vendita di psicofarmaci, visto che ne abbiamo parlato poco fa, secondo alcune stime i loro produttori hanno una fetta di mercato da cui incassano 80 miliardi di dollari ogni anno: sono più di 150.000 dollari al minuto.

Che cosa ti ha colpito fra ciò che hai trattato in questo libro?


Moltissime cose, a partire dalla mole enorme di soldi che ruota intorno al settore farmaceutico, fino al dare per scontato che un po’ di corruzione ci stia, in ogni contesto. Mi ha scioccato il sentirmi dare del “fazioso” solamente perché ho riportato questo dati e queste esperienze con l’ovvio proposito di informare persone che, spesso, invece non vogliono sapere nulla per non intaccare il loro (in)quieto vivere. E mi ha colpito come molta gente, oggi, persa nel paradosso di una società che si crede molto informata, sia convinta di sapere anche più del proprio medico cosa sia opportuno prescrivergli.

Che messaggio vuoi dare ai lettori?



Quello di non dare per scontato che assumere un farmaco o eseguire un’operazione sia positivo, o necessario. Spesso è solo un modo per spillarci più soldi – sia privatamente che collettivamente, attraverso il sistema sanitario. Basti pensare a quando, nel 2004, una commissione di “esperti” negli Stati Uniti ha riformulato la definizione di ipercolesterolemia (l’eccesso di colesterolo nel sangue). In pratica, riducendo i livelli ritenuti necessari per autorizzare una terapia medica, hanno letteralmente triplicato da un giorno all’altro il numero di persone che potevano avere bisogno di cure farmacologiche. Un dettaglio importante: otto dei nove membri di quella commissione lavoravano a quel tempo anche come relatori, consulenti o ricercatori proprio per le case farmaceutiche coinvolte nella produzione di farmaci ipocolesterolemizzanti. E questa è solo la punta dell’iceberg.

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